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Ciao!
Questa Newsletter si chiama Trame Disperse e io sono Emanuela.


PERCHÉ TRAME DISPERSE?

Mi pongo troppe domande e, spesso, non trovo risposte che mi soddisfino. Scrivere mi aiuta a vedere le cose con disatcco e a ragionare meglio.
Pertanto, in questa Newsletter troverai perlopiù pensieri sparsi legati al momento.
Trame che rimangono sospese e si disperdono così come sono arrivate.

 
Se sei curioso di sapere di cosa abbiamo parlato nelle trame precedenti, puoi leggerle qui

Se preferisci,puoi leggere questa mail nel browser
Photo by Eileen Pan on Unsplash
 
(...) continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

Fabrizio De André

Ciao, <<Nome>>

Eccomi qui!
Dopo un po’di mesi di pausa sono tornata al mio appuntamento mensile preferito.
 
Sono sorpresa di questo ritorno, tanto quanto lo saranno alcuni di voi con cui avevo avuto uno scambio privato in cui avevo detto che non sarei tornata prima di Settembre.
E, in realtà, se avessi ascoltato il mio umore, quello stesso umore che da un po’ di tempo mi sta schiacciando mentalmente e fisicamente, avrei rimandato ancora.
 
Dalla fine di Febbraio, dopo aver preso il Covid e in concomitanza con la situazione in Ucraina che tutti conosciamo, ho avuto una sorta di crollo emotivo. Dopo il Covid, nonostante non sia stato nulla di più di un’influenza, per giunta in forma abbastanza leggera, mi sono portata dietro quello che viene definito “long covid”. Una stanchezza fisica e mentale mai provata prima in vita mia. Sono sicura che abbia influito molto la paura, la stanchezza mentale pregressa, il carico emotivo di due anni che ad un certo punto ha ceduto il passo all’abbandono, resta il fatto che per tre settimane buone, dopo essermi negativizzata, ho fatto fatica a stare in piedi e, cosa che più mi ha impressionata, la mia testa è andata completamente in tilt. Sentivo il cervello come annebbiato da una coltre di fumo nero, facevo fatica a concentrarmi, avevo palpitazioni continue e respiro corto dovuto all’ansia che aveva preso completamente il sopravvento.
 
Ho avuto paura di non riprendermi mai più.
 
A tutto questo si sono inevitabilmente accavallate altre cose, altre situazioni, altri pensieri che mi hanno ricacciata in quel buco nero che da troppo tempo è amico dei miei giorni. Questa volta, però, ho deciso di non cedergli il passo perché ormai lo so bene quanto l’unico modo per difendersi da quella forza perversa è semplicemente resisterle.
 
Per me resistere vuol dire rimanere ancorata alle uniche due cose che sanno come salvarmi: la lettura e la scrittura. Specie a quest’ultima mi ci sono aggrappata bene e gli ultimi mesi hanno visto crescere una creatura che da anni mi tormentava, mi richiamava, mi mandava segnali che non sapevo mai come cogliere e a cui non sapevo bene come dargli forma.
 
Al momento rimane la mia ancora di salvezza e mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, o, forse, è lei che si è aggrappata a me per un incontro di bisogni che ci accomuna.
 
In questi mesi di pausa ho riflettuto molto su molte cose della mia vita. Per la prima volta dopo molto tempo, ho assecondato il mio bisogno di rallentare, di fermarmi, di allontanarmi da tutto e ascoltarmi. Ascoltarmi davvero come non facevo da troppo tempo ormai.
Ho perso il focus mille volte, brancolando nel buio, ma ho deciso di lasciar andare i pensieri e le ansie e soprattutto la preoccupazione di dover necessariamente trovare quella direzione subito.
 
Del resto quando siamo confusi, stanchi, demotivati, non ha molto senso impuntarsi su qualcosa che in quel momento non arriva, non c’è, non vuole esserci.
 
Tutte le volte in cui mi sono sforzata di fare delle cose perché sentivo che fosse necessario, anche se non ne sentivo il trasporto, ho sbagliato ritrovandomi in situazioni senza via d’uscita, che mi hanno tolto le energie necessarie per cercare invece la strada giusta.
 
E più di una volta ho perseverato nello stesso errore: quello di accettare certi compromessi per necessità, nonostante sapessi già quanto mi facessero stare male, perché molto distanti da me, dalle mie inclinazioni e dal mio modo di essere.
 
Nei momenti di grande stanchezza capita di perdere la strada, di sentirsi spaesati anche nella propria zona di comfort, e quello che si rischia è strafare, nel senso di fare cose tanto per farle e incappare in errori che si accavallano agli errori precedenti. Diventa più facile dimenticarsi di rimanere connessi con noi stessi, facendosi travolgere da un vortice che non ci permette più di essere concentrati su ciò che siamo e vogliamo veramente e ci catapulta in una dimensione che non ci appartiene.
La conseguenza è quella di sentirsi inadeguati, quando, invece, semplicemente si è imboccata la strada sbagliata e inevitabilmente questa ci ha allontanato dalla meta.
 
Sono sempre stata una grande sostenitrice della lentezza, ma a volte le situazioni contingenti mi hanno costretta a correre, veloce, su strade sconosciute, con il risultato, inevitabile, di cadute e capitomboli da cui, poi, mi sono dovuta rialzare mettendoci molte energie.
 
È vero anche che se non si sbaglia strada non è facile capire davvero quale sia la nostra, quella che ci fa sentire bene e accomodati anche nella fatica. Quello che diventa perverso è commettere lo stesso errore più volte, un po’ per pigrizia, un po’ per bisogno di rimanere in un perimetro di comfort che sembra essere, nonostante tutto, la strada più facile.
 
Dunque, dopo l’ultima batosta del covid, che mi ha messa a nudo, facendomi sentire vulnerabile come non mi era mai successo prima, ho sentito il bisogno forte di rallentare, di fermarmi, di stare ferma per un po’, di assecondare la mia voglia di riposare i pensieri, di starmene sul divano a placare le ansie, leggendo, guardando serie tv, e facendo il minimo indispensabile per la sopravvivenza. E ho capito che non solo si può fare, ma che tutto dipende dagli obiettivi che ci diamo e da quanto questi siano misurabili e raggiungibili: del resto la vita è nostra e non possiamo pensare di vivere la vita di qualcun altro, inseguendo cose impossibili per noi anche quando queste sembrano essere facili per altri.
 
Ci vuole un grande coraggio a guardare in faccia i propri errori e affrontarli ammettendo il fallimento.
 
Allontanarci da noi stessi, da ciò che siamo davvero, credendo di poter inseguire sogni che non sono i nostri solo perché c’è qualcuno che li insegue e sembra felice, è uno degli errori più grandi che si possano fare. Perseverare nell’errore, però, diventa ancora più deleterio e dannoso che ammettere il fallimento e trovare nuove strade.

Ecco perché, dopo anni in cui sapevo di essere nel luogo sbagliato a fare le cose sbagliate, facendole anche male e quindi senza soddisfazione, e dopo aver perseverato nell’errore, pensando di poter essere io quella più forte e capace di reggere la sofferenza, il malessere, il sacrificio enorme che, alla fine dei conti non mi ha portata da nessuna parte,  ho deciso di dire basta.
 
STOP
 
È una decisione che fa male. Malissimo. Che ha risvolti di ogni genere e che, nel mio caso, riguarda più ambiti e non solo quello lavorativo. Ambiti collegati tra loro (lavoro e famiglia): un errore che, potessi tornare indietro, non rifarei mai più.
 
Ma indietro non si torna. Si può guardare solo avanti, oppure decidere di rimanere fermi in un presente perenne, immobile, senza vita e senza possibilità di cambiamento.
 
Ho pensato per molti anni che il cambiamento potesse avvenire in silenzio oppure con calma e senza scossoni, ma non è così. Il cambiamento non può essere parziale. Cambiare un piccolo pezzetto di quella cosa che non funziona è certamente più semplice, ma ti porta a dover intervenire continuamente con un dispendio di energie inutile e infruttuoso.
 
Cambiare tutto di colpo, invece, è difficile come spostare una montagna, ma è l’unica strada possibile per non perseverare in un errore ormai assodato.
 
Seguiranno tempi difficili, lo so, in cui si alterneranno sentimenti di ogni genere: dal dolore alla disperazione fino a quella sensazione di leggerezza, seppur momentanea, di sentirmi finalmente libera di scegliere, nel bene o nel male.
 
Chissà se tutto questo è davvero il risultato di questi due anni assurdi, oppure semplicemente è un sentimento covato per molti anni arrivato a maturazione!? Quello che so è che di questo limbo mi stavo nutrendo da troppo tempo e rimanerci ancora dentro non avrebbe dato buoni frutti.
 
Le cose iniziano, poi cambiano, poi finiscono. E bisogna farsene una ragione.
Abbiamo il dovere di andare avanti perché rimanere fermi è come morire prima del tempo.
 
In tutto questo peregrinare nei pensieri e nelle vicissitudini della mia vita, ho riflettuto molto anche sulla direzione da prendere da adesso in poi.
Quello che succederà da qui a domani Dio solo lo sa, ma nel frattempo ho deciso di continuare ad inseguire le emozioni positive, quelle capaci di farmi costruire qualcosa di buono, qualcosa che sia per me e che mi faccia ricordare chi sono e dove voglio andare.

Ricomincio da me.
   «Esistono due specie di silenzio: il silenzio con se stessi e il silenzio con gli altri. L'una e l'altra forma ci fanno egualmente soffrire. Il silenzio con noi stessi è dominato da una violenta antipatia che ci è presa per il nostro stesso essere, dal disprezzo per la nostra stessa anima, così vile da non meritare le sia detto nulla. È chiaro che bisogna rompere il silenzio con noi stessi se vogliamo provarci a rompere il silenzio con gli altri. È chiaro che non abbiamo nessun diritto di odiare la nostra stessa persona, nessun diritto di tacere i nosri pensieri alla nostra anima.(...) Siamo anche troppo avvezzi a chiamare malattie i vizi della nostra anima, e a subirli, a lasciarcene governare, o a blandirli con sciroppi dolci, a curarli come fossero malattie.Il silenzio dev'essere contemplato, e giudicato, in sede morale. Non ci è dato scegliere se essere felici o infelici. Ma bisogna scegliere di non essere diabolicamente infelici. Il silenzio puòraggiungere una forma d'infelicità chiusa, mostruosa, diabolica: avvizzire i giorni della giovinezza, fare amaro il pane. Può portare, come si è detto, alla morte »  

Natalia Ginzurg - Silenzio da Le piccole virtù

Te ne sei accorto, sì?
Che passi tutto il giorno
a disegnare quella barchetta ferma in mezzo al mare
e non ti butti mai

Te ne sei accorto o no?
che non c’hai più le palle per rischiare
di diventare quello che ti pare
e non ci credi più

Ma l’hai capito che non ti serve a niente
sembrare intelligente agli occhi della gente
e che morire serve anche a rinascere

La verità è che ti fa paura
l’idea di scomparire
l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire
La verità è che non vuoi cambiare,
che non sai rinunciare a quelle quattro o cinque cose
a cui non credi neanche più
.
 
COSE BELLE CHE HO VISTO/ LETTO/ SCRITTO/ ASCOLTATO NEGLI ULTIMI MESI.
Sono stati mesi di alti e bassi, in cui dopo un momento di confusione, ho ripreso a leggere per il puro gusto di farlo.
 
Ho vissuto alla giornata, pertanto non c’è stato nulla di programmato, ma solo ciò che volevo in quel momento.

Dirò solo le cose più rilevanti e più recenti, senza perdermi in elenchi senza senso.
 
HO LETTO:

I cento anni dalla nascita di Pasolini mi hanno fatto venire voglia di rileggerlo e di leggere alcune delle cose che mancavano all’appello delle cose già lette:
 
Ho riletto gli Scritti Corsari e le Lettere Luterane, due raccolte di articoli che Pasolini pubblicò negli ultimi tre anni della sua vita, dal 1973 al 1975, sui maggiori quotidiani e che furono poi raccolti e pubblicati in questi due libri. In entrambi, gli argomenti trattati sono quelli molto cari a Pasolini, quelli che, ancor più negli ultimi anni della sua vita, diventano per lui una sorta di ossessione e di cui non riesce a fare a meno di parlare e di denunciare.

Se vuoi approfondire, ne ho scritto in questo articolo sul blog.

Tra le cose che non avevo ancora letto, c’è Teorema, di cui tempo fa avevo trovato una bellissima edizione originale in un mercatino. Ho letto il libro e ho visto anche il film che, in qualche modo, lo completa. È Pasolini, quindi nulla di convenzionale, a tratti noioso, persino, ma solo se non si attiva il filtro del messaggio forte e importante che Pasolini ci vuole trasmettere.

Qui una brevissima recensione fatta su Ig

Sempre su Pasolini sto leggendo Caro Pier Paolo, scritto da Dacia Maraini che fu molto amica di Pasolini e che lo racconta attraverso la scrittura di 27 lettere in cui, in maniera originale, immagina di poter parlare ancora con lui, dibattendo di alcune questioni sulle quali spesso si ritrovavano a discutere e confrontarsi durante gli anni in cui dividevano la casa al mare a Sabaudia o durante l loro tanti viaggi fatti insieme, tratteggiando così un ritratto molto dolce e delicato di un uomo che, seppur apparentemente aggressivo e polemico e contestatore, aveva un carattere mite e una dolcezza di intenti da lasciare spiazzato chiunque.
 
Entro l’estate vorrei leggere Petrolio, una delle sue opere più discusse e controverse, ma nel frattempo mi è venuta voglia di rileggere Menzogna e Sortilegio di Elsa Morante. Una incursione nel mondo di Elisa di cui sentivo il bisogno e che sono felice di aver iniziato.


HO VISTO:

The Gilded Age, una serie tv, in onda su Sky, ambientata durante appunto la Gilded Age, nel decennio degli anni 80 del 1800, a New York.
La serie è la nuova creatura di Julian Fellowes, autore della saga Downton Abbey, che non avevo ancora visto (forse l’unica su questa terra!?) e che ho subito recuperato.

E, in effetti, non so come avessi fatto a non aver ancora visto Downton Abbey! Incuriosita dall’autore, e in vista del secondo film in uscita in aprile al cinema di cui si è molto parlato, ho pensato che fosse arrivato il momento di avventurarmici. E ho fatto bene, perché l’ho amata immensamente.

Su Rai play ho visto Solo per passione - Letizia Battaglia fotografa, una fiction dedicata alla vita di Letizia Battaglia, donna coraggiosa e fotografa straordinaria che ha fatto della coerenza e delle battaglie per la giustizia il file rouge di tutta la sua vita.
Ne ho scritto un pezzo sul blog, lo trovi qui.

Sempre su Rai play consiglio un bellissimo omaggio a Franco Battiato, Il coraggio di essere Franco, un racconto minuzioso e a tratti molto appassionante della vita e dell'arte di un uomo straordinario e di un artista che possiamo definire singolare.

Su Sky, invece, ho visto  DeAndré#DeAndré - Storia di un impiegato, un docufilm in cui viene tracciato il rapporto tra Fabrizio e suo figlio Cristiano. Attraverso le canzoni del padre, Cristiano racconta suo padre e la sua vita insieme a lui, tratteggiandone un ritratto intimo e privato molto commovente.

 

E anche per questa volta è tutto.
Grazie per avermi letta fin qui.
Se questa mia breve riflessione è stata di ispirazione per te, puoi dirmi la tua rispondendo a questa e-mail.
Altrimenti, ci sentiamo tra un mese. Oppure, chissà... forse tra meno di un mese!

Un abbraccio
Manu 
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