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#chiara n.14: identità

/i·den·ti·tà/ s. f. - 1. L’essere identico, perfetta uguaglianza: i. di due firme, di due concetti; i. piena, vera, totale. 2. L’essere tutt’uno, di persona o cosa che in un primo tempo sia apparsa con nome o aspetti diversi che abbiano fatto credere trattarsi di persone o cose distinte 3. Di persona, l’essere appunto quello e non un altro: stabilire, provare l’i. di qualcuno b. In psicanalisi, i. psicologica, il senso e la consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo [...]

tempo di lettura: 7 minuti 

Care Amiche di #Chiara, bentrovate. Questo mese ci guardiamo allo specchio e proviamo a chiederci chi siamo.  Lo facciamo qui e nel blog di Piano C, con una nuova rubrica: CheStoria! [storie ordinarie di donne straordinarie], che siamo felici di inaugurare con Malvina Korra, che è anche una ex partecipante di Piano C Factory, il nostro percorso di riprogettazione professionale (#offtopic: ci sono ancora tre giorni per candidarsi alla nuova edizione in partenza a settembre dedicata alle mamme, qui).
Buona lettura 😊

.chi sei versus cosa fai

Chi sono? Chi voglio essere? Sono domande da un milione di euro. Neppure il principe Amleto ha risolto il dilemma, figuriamoci se ha la pretesa di farlo la nostra #Chiara, in un’afosa e ingarbugliata mattina milanese di quasi estate.

Eppure, sono quesiti che ci riguardano e che ci poniamo, spesso inconsciamente, ogni giorno. Proprio oggi, in metro per andare al lavoro. Di fronte all’ennesimo cartellone pubblicitario, scrollando il feed di Instagram che racconta vite quasi sempre apparentemente più interessanti delle nostre. Davanti alla sfida dei nostri molteplici ruoli nel quotidiano: colleghe, madri, figlie, imprenditrici, amiche (continua tu la lista!). Le sollecitazioni esterne che fanno appello a “chi vogliamo essere” sono tante e sono continue: viviamo un tempo di aspettative altissime.

Siamo così “dentro” le nostre stesse storie che finiamo per non essere più in grado di dipanare la matassa, trovare il fil rouge di chi siamo, andare all’essenza, gustare il cuore di nocciola dentro il nostro cioccolatino.

Così finisce che nel momento della fatidica domanda durante il colloquio “raccontami di te?” o quando conosciamo una persona nuova, ci troviamo impacciate a fargugliare qualcosa che la maggior parte delle volte riguarda quello che abbiamo fatto, o vorremmo fare.  Ben altro rispetto a tutto quello che siamo.

Le domande che riguardano la nostra identità e la parte più autentica di noi spesso si accompagnano o confondono con un’altra domanda: cosa sto facendo? Cosa voglio fare da grande? Ma cadere nella trappola dell’identificazione del nostro io con quello che facciamo, o vorremmo fare, è pericoloso: se le cose non vanno nel modo in cui ci siamo prefissate, il rischio è quello di finire per mettere in discussione il nostro valore e la nostra unicità.

Come si fa, quindi, a trovare il proprio senso di sé? Si può imparare, o allenarsi, a mettere a fuoco la propria identità? In questa jungla di interferenze e stimoli, trovare il proprio baricentro è una sfida che dura una vita.

Il passaggio dal cosa voglio fare a chi voglio essere è quindi un passaggio necessario.  La chiave sembra essere, come spesso accade, nascosta dietro i perché.

Vale forse la pena ricordarci che la nostra identità non è, e non si esprime, in una determinata posizione lavorativa o in una certo ambito della nostra vita (“sono un’imprenditrice”, “lavoro nel marketing”, “sono una mamma in cerca di lavoro”).

Le radici di un albero non sono mai in superficie, ma stanno sotto: nelle motivazioni, nei “perché”  che ci spingono e ci motivano.

In cosa crediamo? Cosa è davvero importante per noi? Cosa ci rende “noi"? Quali sono le cose che ci fanno davvero stare bene? Valori, talenti, interessi, passioni, desideri autentici e non “caldamente suggeriti” da ciò che ci sta intorno.

La ricerca della propria identità diventa una ricerca della propria “reason why”, del proprio purpose personale. Che a sua volta ci spinge a trovare il nostro posto nel mondo, che è in grado di portarci fuori dalle nostre zone di comfort, dotandoci di capacità e motivazioni per coltivare la più autentica, e quindi unica e migliore, versione di noi.

.chiaramente

Sai cosa è la preclusione dell’indentità? Si tratta di un’espressione utilizzata in psicologia per indicare quello che accade quando le persone pensano di sapere chi sono, ma non hanno davvero esplorato le diverse possibilità di sviluppo di sé o si sono messe a confronto in modo critico e generativo con le loro scelte di vita.
Si crea quindi un mix vizioso (non virtuoso!) di presunta sicurezza in sé stess* e senso di orgoglio. Ci si sente coerent*, definit*, affini alle aspettative che gli altri hanno riposto (nel caso migliore) o imposto (in quello peggiore). Ci si sente eccessivamente sicur* dei propri obiettivi che, guardando bene, spesso tanto propri non sono. 

“La preclusione dell'identità imita la realizzazione dell'identità, la quale si verifica solo quando una persona ha esplorato e considerato a fondo i propri valori, gli interessi in merito alla carriera professionale, l’orientamento sessuale, messo a confronto le proprie idee con i diversi orientamenti politici e altro ancora, per raggiungere un'identità sentita in modo univoco come propria.”
fonte: ubiminor.org

.che storia quella di Malvina!

Da questo mese sul nostro blog parte la rubrica #CheStoria!, a cura di Fabiola Noris: interviste, racconti, storie di donne della nostra splendida community che condividono con noi qualcosa di loro o un pezzo del loro percorso. Iniziamo con Malvina Korra.

Malvina, ingegnera, moglie e mamma di Mattia e Amaranta, dopo aver sperimentato la vita all’estero in cui tutto pare possibile, rientra in Italia e si scontra con le difficoltà dell’essere mamma e voler realizzarsi professionalmente nel proprio ambito. Come sarà andata a finire?

"Piacere, sono Malvina Korra e lavoro come ingegnera per il gasdotto TAP, il Trans Adriatic Pipeline."


Niente suspense per questo primo articolo di blog che dà il via alla nostra rubrica Che storia. Partiamo subito dalla fine, che in realtà è uno splendido inizio. Il TAP è un gasdotto lungo 878 km, trasporta gas naturale proveniente dall’ Azerbaijan, attraversa la Grecia, l’Albania, segue un tratto offshore fino ad arrivare a Melendugno in provincia di Lecce: ed è qui che troviamo al lavoro Malvina. Il suo ruolo consiste nel monitorare e controllare l’intero metanodotto affinché tutto proceda secondo le specifiche prestabilite, rispettando i più alti standard di sicurezza gestendo le comunicazioni con i suoi colleghi in Albania, dove Malvina è nata. Ma come ha fatto Malvina a diventare la prima donna ad entrare nel team di Physical Dispatching e realizzare il suo sogno di lavorare in una realtà in cui è molto difficile entrare, dove la presenza è tendenzialmente maschile?
 
“Non sono più l’unica donna del team, ma la prima di tante.”
 
La fatica, i dubbi, i paletti che spesso ci autoimponiamo, non sono mancati lungo il percorso di Malvina, ma la tenacia, le competenze, la voglia di farcela e di superare anche questo scoglio hanno avuto la meglio. Così come il supporto del marito: non solo a parole ma anche nella gestione pratica dei figli ha fatto la differenza [...]

leggi la storia sul nostro blog

.chi sei versus chi vorresti essere

Quando si parla di indentità, non sempre fila tutto liscio. Cosa accade quando, lentamente o improvvisamente, si scopre che quello che siamo non ci rappresenta o non è quello che “avremmo voluto diventare” davvero?

È il momento in cui c'è un cortocircuito, passaggero, transitorio, di lungo periodo, ma pur sempre un blocco. Entrano in gioco diversi meccanismi di difesa. Uno tra tutti, la trappola dell’ormai (= ormai è troppo tardi). Subentrano poi vari stati d’animo: insofferenza, mancanza di entusiasmo, frustrazione.

Niente panico: potresti semplicemente avere bisogno di smettere di fare qualcosa che non ti rappresenta più o forse hai fatto per anni soltanto perché “l’ho sempre fatto” o “lo fanno tutti”. O di riprendere a fare qualcosa che facevi, che ti dava gioia, e che per vari motivi hai smesso di fare.
Potrebbe essere, per esempio, avere voglia di riprendere a viaggiare, o iniziare a farlo. Oppure trovare la spinta giusta per cercare quel lavoro part-time che ti permetta di avere più tempo per la tua famiglia, al di là delle aspettative imposte. 
Che siano solo lievi cambi di direzione o cambiamenti più radicali, perché non prendersi un pò di tempo, in questo inizio estate, per un personale check-up?

C’è qualcosa nella tua vita che senti che ti manca?

Che ti sembra sia sbagliato, superato, obsoleto?

Cosa senti che potrebbe, oggi, fare fiorire la tua identità?

.identità social e altri affanni

Nell’era della massima esposizione del sé, non stupisce come trovare un equilibrio e una propria modalità di rappresentazione e gestione dell' identità personale sui social media sia sfidante e spesso anche un pò sfiancante.

Sulle piattaforme social, che ormai sono parte della nostra vita quotidiana, ci viene chiesto molto. Di metterci la faccia ma di usare i filtri magici. Di valorizzarci da un lato, di essere "vere" dall'altro. Siamo sincere: tutto questo non è semplice (quasi) per nessun*. 

Il terreno della presentazione, o rappresentazione, di sé è scivoloso, la strada è piena di insidie, il confine tra obbligo ("lo fanno tutt*, lo devo fare anche io!) e libera scelta è labile.

Quindi, come prenderci cura della nostra identità online?

Personalmente, quando si tratta di identità social, non sono una fan delle parole “verità”, “onestà” o “realtà” (the “real” you), che mi sembrano mettere molta pressione sulle persone. Non credo che il mondo debba sapere tutto quello che sta succedendo nella mia vita e sono assolutamente certa che al mondo non interessi nemmeno. 

Preferisco di gran lunga la parola "autenticità”. Per la precisione, “autenticità strategica”, che ha a che fare con il concetto di “credibilità”.

Avere un’identità social autentica significa aprire la porta quel tanto che basta in modo che le persone possano conoscermi, scoprire le mie priorità, i miei valori, le mie cose belle e talvolta quelle meno belle. Attraverso un filtro, quantitativo e qualitativo, che stabilisco io. Cerco di essere abbastanza trasparente su cosa mi rende felice ma anche su come non è sempre domenica, rivelando abbastanza di me stessa per cercare di connettermi con le persone in modo autentico e significativo.

Perché alla fine l’identità non è fine a se stessa e trova il suo senso nelle relazioni. Anche online.

.books in the box

Questioni di un certo genere è il secondo numero di Cose spiegate bene, la rivista di carta del Post realizzata in collaborazione con Iperborea.
Fiocco azzurro o fiocco rosa: tutte le persone vengono divise tra due gruppi alla nascita, o ancora prima, in base alla forma dei propri genitali vista in un’ecografia. Le cose però non sono mai così semplici e concluse [...]  Un testo super interessante per chiarirci le idee su #identità di genere e dintorni, dalla nuova terminologia alla questione dei diritti, con testi di Arianna Cavallo, Fumettibrutti, Vera Gheno, Gianmarco Negri, Diego Passoni, Massimo Prearo.
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Cosa significa essere donna? Non alzare la voce, non ribellarsi. Obbedire al padre, al marito, alla società. Significa calma e sottomissione. Dover essere una brava bambina, poi una brava moglie e una brava madre. Eppure per qualcuna tutto questo non basta [...]
Un testo per mettere in discussione, prima che mettersi in discussione. Attraverso le domande giuste, scopriamo modi diversi di vivere noi stesse e la nostra #identità di donne, diventando consapevoli dei meccanismi che ci circondano e intrappolano. Scandagliando preconcetti e stereotipi, si aprono nuove prospettive.
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"È possibile non avere figli, ma non ti è permesso rifiutarne l'idea. Dire: io non ne voglio, grazie."
Identità femminile e maternintà? La maternintà è una libera scelta. E deve essere, certamente, anche una libera non scelta. Se amate gli audiolibri, è disponibile anche nella versione integrale su Audible.
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.out of the box

C’è chi non può fare a meno di chiamarla ogni giorno e chi continua a considerarla, anche da adulta, un ostacolo alla propria autonomia. Qualunque sia o sia stato il rapporto con vostra madre, la relazione madre-figlia costituisce un legame originario fondamentale per la costruzione dell’identità.

Se siete interessate al tema, potrebbe essere un'idea regalarsi un viaggio all'interno della complessità dell'#identità di figlia, attraverso gli occhi di Jasmine Trinca nel suo esordio alla regia.
Presentato a Cannes, nel film "Marcel” Trinca ha tradotto in immagini parte del suo vissuto, raccontando un rapporto madre-figlia complesso, destabilizzante, generativo. Il film racconta il rapporto "di amore e crudeltà" tra una madre (Alba Rohrawcher) e sua figlia (Maayane Conti) attraverso lo sguardo della bambina. Secondo noi è da non perdere: nelle sale dal primo giugno.
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"Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine?"
(W.S.)

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#Chiara è a cura di Marianna Bertuletti 
Digital Strategist & Content Creator 
[#Sorellanza is a super power]
@marianna_bert
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