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Esercizi Carmelitani Online Quaresima 2019
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IV settimana: Un cammino nella notte
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Quaresima 2020 con san
Giovanni della Croce


IV settimana: un cammino nella notte

 

Vangelo: Gesù, luce del mondo, guarisce un cieco (Gv 9)

«Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo". Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Sìloe" - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. […]

Gesù seppe che [i farisei] l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!". E si prostrò dinanzi a lui.»

1. La meditazione della settimana: cieca fiducia
 

  • «Notte dei sensi» e «notte dello spirito»

Il nostro cammino verso il Carmelo è ad una svolta decisiva con l’incontro con la Samaritana al pozzo di Giacobbe. Abbiamo scoperto che questo itinerario è in effetti un cammino interiore verso il centro di noi stessi. Per entrare in questo cammino interiore, è necessario di portare pace e riformare la nostra sensibilità esteriore. Giovanni della Croce chiama «notte» questo duplice movimento di pacificazione e conversione.

 

«Chiamiamo qui notte la privazione del gusto nell’appetito di tutte le cose. Infatti, come la notte non è altro che la privazione della luce e, di conseguenza, di tutti gli oggetti che si possono vedere mediante la luce, per cui la capacità visiva resta al buio e senza nulla, così anche la mortificazione dell’appetito si può chiamare notte per l’anima, poiché, quando l’anima si priva del gusto dell’appetito in tutte le cose, resta come al buio e senza nulla» (I MC 3, 1).

 

La quaresima è un tempo privilegiato per vivere piccoli notti dei sensi: scegliere di limitare il mio tempo di connessione quotidiana può produrre una frustrazione affettiva. La mia affettività sperimenta la mancanza e perde i suoi punti di riferimento. Ma ponendo volontariamente la mia affettività nella notte, lontano della luce dello schermo, scelgo di farmi illuminare da un altra luce, più interiore, anche se la mia sensibilità continua a reclamare la sua parte di luce artificiale … Capisco che il superamento del mio sentimento è necessario per crescere nella vita spirituale e diventare più libero. Senza questa «notte dei sensi», resterò sempre nell’infantilismo spirituale! Ma avrò anche bisogno di una «notte dello spirito», una trasformazione più profonda della mia intelligenza, della mia volontà e della mia memoria che dovranno essere illuminata dalla fede, dalla carità e dalla speranza. Dio vuole trasformarmi integralmente, corpo e anima, o secondo il vocabolario di Giovanni della Croce, «sensi» et «spirito». Dobbiamo dunque vivere la notte dei sensi e la notte dello spirito per assomigliare di più a Cristo nel giorno della luce di Pasqua.

 

  • La scelta della fiducia

In questa domenica incontriamo un nuovo personaggio, anch’egli anonimo, un uomo cieco sin dalla nascita. Questo uomo, sin dalla sua nascita, ha fatto l’esperienza della notte poiché non ha potuto mai esercitare la sua capacità di vedere. La sua sensibilità si è dunque sviluppata attraverso gli altri suoi sensi, in particolare l’udito che gli permette di entrare in relazione con Gesù. Il fatto non non poter vedere toglie un ostacolo all’incontro perché elimina i pregiudizi legati alle apparenze. Non serve molto tempo per fare conoscenza: Gesù agisce direttamente per guarire questo uomo utilizzando il tatto. Ma la cosa più importante accade nell’ascolto: « Va' a lavarti nella piscina di Sìloe». Questo cieco si sarà domandato che cosa volesse questo rabbì di nome Gesù e se non fosse quello un modo per umiliarlo. Non per nulla la Legge di Mosè proibisce di far cadere un cieco (Lv 19,14): la malvagità umana invita alla prudenza le persone fragili. Questo uomo tuttavia sceglie di dare fiducia a questo sconosciuto ed ecco che i suoi occhi si aprono a contatto con l’acqua della piscina di Sìloe. Questa acqua data dall’Inviato che è Gesù evoca la grazia del battesimo: il sacramento del battesimo dà la fede, la capacità di vedere come Gesù vede. Il cieco diventa vedente. Un primo atto di fiducia in Gesù lo incammina su una via di fede che sarà messa alla prova dallo scetticismo dei farisei. Ma la fede del fu cieco crescerà sempre di più sino al momento in cui vedrà Gesù, il Figlio dell’uomo, i suoi occhi nei suoi occhi, prostrandosi davanti a lui.

 

  • La fede oltre la ragione

Per camminare verso la santità e unire la nostra volontà a quella del Signore, non basta superare il nostro sentimento e vivere così la notte dei sensi. Bisogna andare oltre, più in profondità e superare anche le pretese della nostra intelligenza. Dio è sempre al di là di ciò che noi sentiamo, ma anche di ciò che noi comprendiamo.

«Per potersi indirizzare bene a questo stato per mezzo della fede, non solo deve restare nell’oscurità secondo la parte che riguarda le creature e l’ambito temporale, che è quella sensitiva e inferiore, di cui abbiamo già trattato, ma si deve accecare e oscurare anche secondo la parte che riguarda Dio e l’ambito spirituale, che è la ragione e quella superiore, di cui ora stiamo trattando. Infatti, affinché un’anima arrivi alla trasformazione soprannaturale, è chiaro che deve oscurarsi e occultarsi a tutto ciò che la sua natura contiene, che è sensitivo e razionale» (II MC 4,2).

Non si tratta di smettere di riflettere (visto che Giovanni della Croce dà valore altrove alla ragione) ma di fare attenzione che la nostra capacità razionale non rinchiuda Dio in un idolo umano. È una trappola nella quale cadono i Farisei: «Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato" […] Sappiamo che questo uomo è un peccatore». Sulla base della loro comprensione della Legge di Dio, ne deducono che Gesù è un impostore e dunque un peccatore. La situazione è drammatica : coloro che, sulla base della loro conoscenza religiosa, avrebbero dovuto riconoscere Gesù sono accecati dalla loro presunzione e diventano bestemmiatori. Il loro sapere religioso diventa un ostacolo per il loro cammino spirituale, a causa del loro orgoglio. Perciò leggiamo la terribile conclusione dei versetti 39-40 : coloro che pretendevano di vedere sono invece accecati dal loro sapere. Ma colui che, come il cieco nato, sceglie la fede, diventa vedente. Colui che attraversa la notte dello spirito è guidato dalla fede che supera la ragione, senza contraddirla, per raggiungere la luce divina.

 

  • La luce della fede

Per crescere nella fede, bisogna accettare di porre in qualche modo la nostra intelligenza nelle tenebre. Certo la fede non può mai contraddire la ragione ma essa apre la ragione a qualcosa di più grande. Ci svela delle realtà ignote:

«Se a uno, nato cieco, che non ha mai visto i colori, spiegassero com’è il bianco o il giallo, per quanto gli dicano, non capirà di più comunque, perché non ha mai visto quei colori e nulla di simile per poterne avere un’idea; solamente potrebbe ritenere il loro nome, avendolo potuto percepire con l’udito, ma non la forma e la figura, non avendola mai vista. Così è la fede nei riguardi dell’anima: ci dice cose che non abbiamo mai visto né inteso né in sé né in cose simili, perché non ce ne sono» (II MC 2,2-3).

Siccome la fede ci apre ad una conoscenza sconosciuta, disorienta il nostro modo di pensare. È come una luce troppo forte che abbaglia la nostra ragione:

«Ne deriva che la luce eccessiva della fede che le viene data risulta per l’anima tenebra oscura, dato che il più elimina e supera il meno, come la luce del sole elimina qualsiasi altra luce, in modo che non si vedono luci quando essa splende; inoltre supera la nostra capacità visiva in modo da accecarla e privarla della vista invece di dargliela, per il fatto che la sua luce è molto sproporzionata ed eccessiva rispetto alla capacità visiva. Così la luce della fede a causa del suo grande eccesso opprime e vince quella dell’intelletto, la quale di per sé si estende solo alla scienza naturale, sebbene possieda capacità per quella soprannaturale, per quando nostro Signore la vorrà porre in un atto soprannaturale. (…) La fede è notte oscura per l’anima, e in tal modo le dà luce; e quanto più la oscura, tanta più luce le dà di sé, perché accecando le dà luce (…). Così esprime chiaramente che l’anima deve stare nelle tenebre al fine di avere luce per questo cammino» (II MC 3,1-6).

 

Eccoci ad un paradosso: la luce più sicura si trova nella notte legata alla fede! In effetti, il mezzo più appropriato per il nostro cammino verso Dio non è il sentimento, né la nostra capacità di analisi, la nostra forza di volontà ma è la nostra fede, legata alla due altre virtù teologali: la speranza e la carità. La fede tocca Dio in pieno cuore ed è perciò la fonte di luce più affidabile. Essa, certamente, disorienta la mia sensibilità e il mio modo di pensare ma lo fa per convertirli. Concretamente, ciò significa che, nella mia vita di preghiera, devo accettare di non sentire nulla e di non capire subito le vie per le quali il Signore mi fa passare, anche se li trovo penosi e lunghi. Ma la sola arma è credere, come un cieco, che Dio mi conduca sulla buona strada, insieme ad un discernimento, con qualcuno che ci accompagni spiritualmente, delle chiamate di Dio e di ciò che stanno vivendo la mia sensibilità e la mia ragione.

 

  • La fede come guida

«In questo modo, nell’oscurità, l’anima si avvicina grandemente all’unione per mezzo della fede, che è anch’essa oscura, e in questo modo la fede le dà una luce mirabile. (…) Pertanto in questo cammino, accecandosi nelle sue potenze, vedrà la luce, secondo quanto il Salvatore dice nel Vangelo: Sono venuto in questo mondo per un giudizio, in modo che coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi. (Gv 9, 39). Queste parole nella loro formulazione si devono intendere circa il cammino spirituale: è bene sapere che l’anima che si trova nell’oscurità e si acceca in tutte le sue luci proprie e naturali vedrà soprannaturalmente, mentre quella che si vuol appoggiare a qualche sua luce tanto più diverrà cieca e si arresterà nel cammino dell’unione» (II MC 4,6-7)

 

Rifiutarsi di superare le nostre idee e le nostre impressioni su Dio ci mantiene in una stagnazione spirituale. Pretendere di vedere da noi stessi la strada, è prendere il posto di Dio e perdersi lontani dalla cime del Carmelo …:

«La fede è al di sopra di ogni comprendere, gustare, sentire e immaginare. Se in questo non si acceca, restando totalmente nell’oscurità, [l’anima] non giunge a ciò che è più grande, che è ciò che la fede insegna. Il cieco, se non è ben cieco, non si lascia ben guidare dalla guida, ma, per poco che veda, pensa che sia meglio andare per qualsiasi luogo egli veda, perché non ne vede altri migliori; in tal modo può far sbagliare colui che lo guida e vede più di lui, perché in definitiva può comandare più della guida. Così l’anima, se nel percorrere quel cammino si basa su qualche suo sapere, o gustare o sapere di Dio, dato che esso, per quanto grande, è molto poco, e dissimile da ciò che Dio è, facilmente sbaglia o si ferma, perché non vuol rimanere ben cieca nella fede, che è la sua vera guida» (II MC 4,2-3).

 

Scopriamo così, nel nostro itinerario, che la nostra migliore guida non è fuori di noi. Essa è interiore: è la nostra fede in Gesù. Questa fede, che è un dono di Dio ricevuto nel nostro battesimo, è una forza interiore alla quale dobbiamo ricorrere ogni giorno per progredire sulla via della nostra vita. Certamente, questa fede non è magica: ha bisogno di essere nutrita dalla Parola di Dio e dai sacramenti; deve essere messa in pratica nella nostra vita di ogni giorno poiché non riguarda solo la nostra interiorità. Tuttavia è il nostro bene intimo e più prezioso. Prendiamocene cura e «abbiamo fede nella nostra fede» come lo dice il beato Maria Eugenio di Gesù Bambino.

 

fr. Jean-Alexandre de l’Agneau, ocd (Convento d’Avon)

2. I tre suggerimenti pratici della settimana

  1. Ringrazio regolarmente il Signore per il dono della fede e quello del battesimo?

  2. Posso riportare alla memoria momenti in cui l’orgoglio del sapere mi ha allontanato dal Signore.

  3. Comincio ogni momento di preghiera con un atto di fede nella presenza e nell’azione segreta di Dio,oltre a ciò che sento e capisco?

3. Pregare ogni giorno della settimana

Lunedì 23 marzo: al di sopra di tutto la fede

«Gesù gli disse: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete"» (Gv 4, 48)

«La fede è al di sopra di ogni comprendere, gustare, sentire e immaginare»
(II MC 4, 2).

Così come tutti coloro che hanno cercato Dio, domando: «Signore, aumenta la mia fede!»

Martedì 24 marzo: desiderare ciò che è veramente buono

«Vuoi guarire?» (Gv 5, 6)

«Si acquista di più nei beni di Dio in un’ora che nei nostri tutta la vita» (PLA 133).

Sono convinto che Dio possa darmi in un istante più del frutto di tutti i miei sforzi durante la mia esistenza? Se lo sono, imparo a chiedere a Dio ciò di cui ho veramente bisogno.

Mercoledì 25 marzo: celebrare l’Annunciazione del Signore

 «Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola"» (Lc 1, 38).

«Allora chiamò un arcangelo

detto san Gabriele

e lo mandò a una ragazza

che si chiamava Maria,

con il cui consenso

si compiva il mistero

in cui la Trinità

vestiva di carne il Verbo;

benché tre compiano l’opera

si compie in uno;

e il Verbo rimase incarnato

nel ventre di Maria.» (Romanza 8)
 

Mi rivolgo alla Vergine Maria e con lei dico il mio “sì” a Dio.

Giovedì 26 marzo: scrutare le Scritture

«Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me» (Gv 5, 39).

«Cercate leggendo e troverete meditando; chiamate pregando e vi apriranno contemplando» (PLA 157)

Quanto tempo dedico alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio?

Venerdì 27 marzo: accompagnare Gesù sulla via della croce

«Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari» (Sap 2, 18).

«Nella tribolazione rivolgiti subito a Dio con fiducia, e sarai animato, illuminato e istruito» (PLA 65)

In questo venerdì di quaresima, vivo con Gesù la via crucis; medito in modo particolare il suo atteggiamento davanti ai giudici: si affida al Padre.

Sabato 28 marzo: la dignità che Dio ci ha dato

«Mai un uomo ha parlato così!» (Gv 7,46).

«Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo; pertanto solo Dio ne è degno»
(PLA 34).

Prendo sempre più coscienza della mia dignità e di quella di ogni persona.

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