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Buon inizio settimana <<Qui il tuo nome>>!

La scorsa settimana, tra il rientro semi-full-time in ufficio e un po' di casini vari non sono riuscito a ritagliarmi il mio solito trekking-time per riflettere sulle millemila cose che leggo e che vedo e questo mi fa un po' arrabbiare.

Lo sai, ti voglio bene e il mio più grande impegno settimanale è di darti dei contenuti stimolanti in questa newsletter.
No, vabbè, adesso non esageriamo.
Nei miei quasi 200 km in auto ascolto ormai solo podcast. Li ho cominciati a amare da un paio d'anni, proprio da quando ho iniziato a macinare chilometri in autostrada. Li trovo meravigliosi, interessanti, sopratutto utili per riflettere e imparare qualcosa. Adoro i podcast di attualità, le storie, i podcast di strategie e di innovazione.

Tu li ascolti? Se si dimmi quali.

Intanto se ti va ti lascio i miei preferiti di questi giorni (si perché poi io cambio idea molto spesso, e non solo sui podcast):

Cabaretto: momento settimanale di cultura e sopratutto divertimento con due amici freelance (e non solo), Chiara e Damiano. Se anche tu sei imprenditore ma non troppo, ascoltalo.

F***ing Genius: Massimo Temporelli è un fisico, divulgatore e fondatore di The FabLab. In questo podcast di Storie Libere (altra garanzia nel mondo podcast) racconta in modo strepitoso le biografie dei fottuti geni della storia della scienza e della tecnologia. A me fa piangere.

Federico Buffa: Beh, il mitico Fede non ha bisogno di presentazioni. Credo che questi podcast siano la trasposizione audio non-ufficiale delle sue trasmissioni che tutti noi sportivi della domenica amiamo. Lui è uno dei più grandi storyteller contemporanei, l'ora di macchina con la storia di Maradona vola in un lampo.
Beh, venerdì scorso stavo ascoltando un podcast su marketing e economia nell'era PC (non Partito Comunista ma Post Covid) e riflettevo su come il comportamento dei consumatori e quindi i loro relativi acquisti soprattutto online (ma non solo) privilegeranno quei brand con cui condividono gli stessi valori e la stessa identità.

E grazie ar..., direbbero a Roma Sud.

Collegandomi virtualmente alla newsletter della scorsa settimana sull'utilizzo dei claim natural-sounding sul pack (vuoi leggerla o rileggerla, clicca qui), mi chiedo: dove sta la vera verità?
Mi spiego: scrollo Instagram, guardo le pubblicità su Youtube (non avendo la tv recupero la cultura di massa in qualche modo) e tutti i brand sono "sostenibili" e "etici".
Tutti: dal colosso alla startup.

Le filiere? Tracciate. Le varietà agricole? Sicuramente antiche, ancestrali, recuperate dalla tomba del faraone (ogni riferimento è puramente casuale). I materiali? Sostenibili, compostabili, fermentabili, decomponibili con la forza del pensiero.

Sarà vero?
Nel nostro periodo storico di laureati all'università della vita e dei CEO presso me stesso è davvero un attimo prendere una cantonata e fidarsi di informazioni molto ben costruite e pervasive che ci posso convincere anche del "diversamente vero" o dell'"imprevedibilmente falso".
Noi umani siamo essere perfettamente imperfetti e molto spesso prevedibili nel nostro comportamento.

Faccio un esempio non alimentare, per non fare gaffe con qualche lettore di questa newsletter.
Ho sempre comprato magliette di cotone, certo che le fibre naturali fossero perfette per l'ambiente e per me stesso a differenza delle fibre derivate dal petrolio.

Poi ho scoperto che il cotone è una delle culture più invasive, energivore, distruttrici del paesaggio e bisognose di acqua del mondo. Oltre a essere molto criticabile su aspetti etici di diritto alla Terra e al lavoro dei contadini del Sud del mondo.

Poi ho pensato di passare al cotone bio, e dopo mi sono chiesto: ma il cotone bio può essere una soluzione? Siamo sicuri che la scelta bio possa risolvere in toto i problemi di eticità e di sostenibilità? Basta una certificazione?

Poi ho letto che molte aziende con "ethic-halo" stanno utilizzando poliestere e nylon riciclato, e il riutilizzo di queste materie prime riduce di quel po' la dipendenza dell'industria della moda dal petrolio e dal cotone.

E poi mi sono chiesto: ma il poliestere poi sulla pelle andrà bene?
E così via.

Qual è la risposta?
La risposta sta nella domanda.
E nel modo in cui si fanno le domande: come un Cartesio dei tempi moderni dobbiamo mettere in dubbio ogni idea e ogni post di Facebook foriero di verità:
mettiamo in pratica questo scetticismo metodologico del Product Development.
Io lo faccio da sempre.

Sia noi come addetti al settore qualunque esso sia che noi come consumatori.
Il grano antico è veramente migliore del grano moderno?
Il packaging compostabile è veramente meglio per l'ambiente della plastica riciclabile?
Il prodotto italiano è sempre meglio del prodotto cinese?

Non ci sono risposte giuste se non ci sono le domande giuste.
E dopo questa dose di ottimismo con cui condisco il mio e il tuo lunedì mattina, torno a leggere e a studiare.

E tu, come imprenditore di te stesso, come affronti queste sfide Post Covid?

Pensi che basterà spolverare la tua comunicazione marketing di un "Ethic-Halo"?

Io penso che in questi anni di caos la prima risposta da dare sia l'umiltà e la trasparenza.

Raccontare il nostro viaggio, come persone, come aziende e come brand.
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