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Riccardo Astolfi - newsletter Regenerative Fooding - episodio 33
tempo di lettura: più o meno cinque minuti

<<Qui il tuo nome>>, questa newsletter di oggi è un po' il seguito di ciò che ti ho scritto la settimana scorsa. Ti ricordi?

Se vuoi recuperarla, sai dove devi cliccare. Ah, non ti ricordi? Beh, qui.

Tutto è cominciato da questa frase dove Safran Foer racconta di un dialogo con sua nonna sopravvissuta all'Olocausto:

"Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me". "Ti salvò la vita". "Non lo mangiai. Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale". "Perché? Perché non era kosher?". "Certo". "Ma neppure per salvarti la vita?". "Se niente importa, non c'è niente da salvare".

Buona lettura.
Walk the Talk. 
Che no, non è una canzone Johnny Cash, anche se potrebbe.

Ieri sera mi sono regalato un'oretta sul divano per aggiornarmi sulla situazione politica e sociale in Afghanistan e sono rimasto positivamente colpito su come tantissimi amici e personaggi pubblici dei settori più disparati si stiano schierando a favore dei diritti umani, anche solo "spiegando" al meglio possibile la situazione condividendo articoli di giornalisti sul campo, distogliendo anche solo un attimo l'attenzione dalle "foto in barca mentre facciamo l'aperitivo ciao povery" e riportando gli occhi la mente e il cuore su ciò che succede di importante nel mondo.

Eye on the ball, direbbero gli americani.

Poco dopo, ho letto polemiche varie proprio su questo punto: "eh ma voi che parlate di smalti che c'azzeccate con la politica" and so on.

E mi ha colpito anche una storia di Cattelan, sempre su Instagram, che diceva, in sintesi: se il parere di un artista non può cambiare nulla per le persone del posto e un post pro-diritti-umani a favore di tutti coloro che soffrono sotto una dittatura può al massimo farti prendere qualche likes in più, allora tanto vale tacere e andare al mare.
Ho pareri contrastanti.

Da un lato mi viene in mente Wittgenstein: "di ciò di cui non si può parlare si deve tacere",
Dall'altro il ricordo di un frase attribuita alla nonna di Safran Foer, frase stimolo di tutte le riflessioni del suo libro sul mangiare gli animali, "se niente importa, non c’è niente da salvare".

Cosa dobbiamo fare?
E, visto che siamo qui, cosa deve fare un'azienda?

Dire o non dire? Fare o non fare?

Torno a un esempio a me caro: qualche giorno fa è uscito l'ultimo report catastrofico dell'IPCC.
Poi decine di post di corporate activism: "dobbiamo agire ora!"

Qui il Verdone che è in noi direbbe: "in che senso?"

Basta dire "dobbiamo agire ora" e poi continuare a fare business as usual dove il profitto è l'unica via? Certo che no.
Questo vale sia per l'attivismo ambientale e la scelta degli SDG's su cui lavorare, che per OGNI TIPO DI ATTIVISMO.

Quando guardo i siti web istituzionali di tante aziende di food italiane, alla pagine della Corporate Social Responsibility vedo spesso spuntare le icone colorate degli obiettivi di sostenibilità dell'agenda Onu sui quali la direzione ha scelto di lavorare.

A volte, mi sembra di vedere la collezione di figurine Panini.

Ce l'ho, ce l'ho. Manca.

Si, manca molto.

Quindi, si, bisogna fare qualcosa. Si, bisogna agire ora.
E nel frattempo, bisogna tacere?

Credo con tutto il cuore che l'azienda del futuro, anzi, l'azienda dell'oggi che vuole lavorare per un futuro migliore, anche solo il proprio - nell'ottica egoistico-capitalista - debba fare politica.
Fare politica coi fatti e con le parole, naturalmente.

Siamo stufi del greenwashing continuo da adv su Facebook sul pack compostabile, del socialwashing con paginone su Repubblica contro il capolarato (e chi non lo è, dai), dal blackwashing urbi et orbi ai tempi dell'hype del movimento Black Lives Matter. E adesso?

Mi piace molto il modo di dire anglosassone, adesso è il momento di "walk the talk". Far seguire i fatti alle parole.
O come direbbe la saggezza romagnola: "fatti, non pugnette".

Il corporate activism da tastiera è come spazzare le foglie in mezzo a un uragano. Serve?

Ti stupirò. Oggi penso di si.
Almeno in parte.

Nell'era delle fake news, nell'era dell'effimero, della disinformazione e del disinteresse, accendere la luce su certe tematiche importanti è un atto fondamentale. Rivoluzionario.

Per questo dico: è fondamentale che OGNI AZIENDA, anche le pmi italiane, anche il bar sottocasa, si schierino politicamente.

Schierarsi per i diritti umani, fare attivismo sociale, accendere la luce, portare attenzione. Eye on the ball.

Anche, e soprattutto, sugli argomenti più spinosi e purtroppo divisivi in questa comunicazione polarizzante. Ne cito alcuni, per esempio:
il ddl Zan, lo ius soli, le discussioni su integrazione e immigrazione, l'inclusività, black live matter, la lotta alle fake news.
È giusto che ogni azienda richiami pubblicamente la propria comunità di dipendenti, consumatori, produttori verso tematiche essenziali dell'evoluzione sociale umane, che richiami le parti politiche ai propri doveri e che, ovviamente, si attivi laddove possibile concretamente.

Questo, come detto, deve valere per tutti, soprattutto per le pmi italiane.
Abbiamo esempi su esempi di multinazionali (spesso incoerenti) come Amazon, Nike, Patagonia, Walmart pronte a fare politica. A volte criticabili, certo. Non ricordo di piccole imprese italiane fare altrettanto.

Si dice che solo chi ha le spalle larghe può permettersi di rischiare di dire una frase di troppo, una frase che potrebbe far storcere il naso a un consumatore su cento o al sindaco del paesino dove vuoi costruire il nuovo magazzino.
Così non si va da nessuna parte: ogni piccolo messaggio può sensibilizzare e stimolare a informarsi, dal bar di montagna al lavasecco del supermercato.

Se niente importa, non c’è niente da salvare, dicevamo.

Ogni azienda deve informare, stimolare, attivare la propria comunità, con l'umiltà di non sapere tutto nè di essere esperti climatologi o di politica internazionale, con la volontà di portare l'attenzione dei propri clienti sulle cose davvero importanti.

Che non solo, mi dispiace dirlo, le merendine con più latte o meno cacao.

Per esempio, non ho visto nessun azienda italiana fare un post per attivare i propri consumatori a informarsi sulla situazione in Afghanistan (o a Haiti).

Avrebbe dovuto farlo?
Per me si.
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